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venerdì 7 maggio 2021

Essere donna, o apparire come una bambola? La risposta è nel riscatto canoro di Yami al #CNUG13


                          di Francesca Papagni

Una domanda impegnativa, un titolo quasi al limite della polemica, un tema da sovraesposizione mediatica e sociale. Eppure costituisce l'argomento principale della giornata attuale, per il nostro paese e per tutte le donne che ne fanno parte. La parità di diritti delle donne oggigiorno solleva ancora più polveroni del secolo scorso. E oggi quella voglia di riscatto e di equità, in quanto "essere pensante", diventa il cuore pulsante del progetto canoro di Ylenia Mangiacotti, in arte Yami, nostra concittadina, che già da tempo si impegna su vari fronti per portare avanti a testa alta la rivalsa artistica non solo di sé stessa, bensì di un intero paese. Dopo un lungo periodo di silenzio, di saracinesche abbassate, di porte chiuse e di palchi lasciati a maggese - per citare un malinconico classicismo letterario e risultare oltremodo eleganti, la Musica è tornata a bussare alla nostra provincia e ad affacciarsi alle finestre del nostro paese quasi assopito dalla monotonia di un periodo nero, con la forte melodia di "Come le Bambole", la nuova canzone inedita di Yami, da lei scritta ed interpretata, e composta dalla pianista Palma Mangiacotti, e arrangiata dalle sapienti di Alessandro Di Lascia. Nelle giornate appena concluse del 5 e 6 maggio 2021, si è tenuta a Foggia la tredicesima edizione nazionale del concorso canoro e musicale Umberto Giordano, presso il Teatro del Fuoco, a cura del direttore artistico, Lorenzo Ciuffreda, e del presidente Gianni Cuciniello, oltre che da uno staff tecnico attento alle minuzie. Fra le numerose esibizioni candidate di cantanti e musicisti, nonostante le difficoltà delle regole anti-covid, è riuscita a spiccare, su tutti, l'emozionante e graffiante voce soul-rock della sangiovannese Yami, che stavolta si è voluta misurare sul tema sovracitato, dell'importanza di "essere donna, non solo apparirlo"; la cantautrice, coadiuvata da un team di tutto rispetto, con grande personalità e con la coraggiosa scelta di esibire un look diverso rispetto al suo solito, semplice ma deciso, monocromatico (bianco e nero in contrasto su tutto), grafico e minimal chic, è riuscita a convincere a pieno al primo ascolto e a trasportare con grande ardore la giuria tecnica dell'occasione, presenziata dal grande Red Canzian, storico musicista italiano del gruppo Pooh, al punto da strappargli una standing ovation per le sue abilità tecniche e canore, per l'importanza del testo e del messaggio volutamente e completamente al femminile del brano, e per la viscerale emozione con la quale è stata capace di trasmettere tale tematica. Non sono inoltre mancati commenti positivi dagli altri giurati, oltre che dal presidente, per le sue innegabili capacità di cantante, per la scelta del look e per tutto il carattere dimostrato non solo nella performance. A fine valutazioni, la cantautrice si è meritatamente piazzata al secondo posto nella categoria "over" e ha vinto il prestigioso e ambito "premio della critica Stefano D'Orazio" (fra i trofei più gettonati e importanti del concorso U.G, per i partecipanti), consegnatole da Canzian con grande emozione di fondo, per la sua storia e per il suo valore. 
Come al solito Ylenia Mangiacotti non delude mai e il paese di San Giovanni Rotondo non può che essere orgoglioso di sostenere questo grande talento artistico, che da anni regala grandi soddisfazioni! Un in bocca al lupo alla nostra cantante è d'obbligo, oltre che al paese, per una significativa rinascita dopo l'oblio di una pandemia infinita.

Sotto, in evidenza, i video riassuntivi dell'esibizione di Yami, della premiazione e dei commenti salienti della giornata del 6 maggio.

Link: 


Fonti e Video by Ylenia Mangiacotti, ANSA.it, FoggiaToday.it, #CNUG13.
Articolo a cura di Francesca Papagni © 7.5.2021, per Parole d'Assenzio.© e Sangiovannirotondofree.it ®

martedì 24 maggio 2016

Al via la nuova rassegna musicale “In concerto”: primo concerto il 29 maggio presso l'Auditorium “Piergiorgio Frassati” di San Giovanni Rotondo

di Francesca Papagni



La città di San Giovanni Rotondo - con il patrocinio del comune, della Regione Puglia e con
l'immancabile contributo della BCC - si colora, per la tredicesima volta, delle sfumature musicali
della raffinata rassegna “In Concerto”, a cura del M°Luciano Pompilio.
Il programma dell'immancabile appuntamento per tutti gli appassionati di musica quest'anno
propone, oltre alla grande bellezza interpretativa della musica classica, anche un variopinto show
dal sapore mediterraneo, iberico, argentino e dalle venature di jazz verace.

La particolarità di questa stagione è data anche da uno spiacevole evento: l'associazione “Duo
Caputo-Pompilio” piange la perdita del caro M° Giuseppe Caputo, da sempre parte attiva della
programmazione; ma laddove le parole finiscono, comincia la musica!

Si parte domenica 29 maggio nell'Auditorium “Piergiorgio Frassati” (sala San Giuseppe Artigiano)
con la versatile orchestra di chitarre “De Falla”, diretta dal M°Pasquale Scarola, composta da
elementi diplomandi, docenti e rinomati solisti del conservatorio “N.Piccinni” di Bari.
Il repertorio d'esecuzione dell'organico gode di una variatio non indifferente: si potranno infatti
apprezzare brani classici, rinascimentali, barocchi, iberico-fiamminghi e adattamenti contemporanei
(Queen, Beatles).

I successivi incontri vedranno intrecciarsi differenti idiomi musicali, provenienti da territorio locale
e straniero: domenica 12 giugno la classicità della chitarra di Augustin Wiedemann, domenica 19
giugno i suoni tradizionali del duo “Due corde mediterranee”, (Giovanni Seneca e Gionni Di
Clemente), il 26 giugno i virtuosismi del “Duo Paganini” (Gabriele Curciotti e Francesco
Cappelletti), venerdì 8 luglio le atmosfere argentine del “Trio Accord: Storie de Tango” (Gennaro
Minichiello, Giovanna D'Amato, Fabio Gemmiti) si fonderanno in un appassionato connubio con la
danza, portata in scena dai campioni del mondo di tango escenario e vice campioni di tango salòn,
Gioia Abballe e Simone Facchini, domenica 18 settembre il jazz chitarristico del “Trio Alessia
Martegiani & Maurizio Di Fulvio”, domenica 25 settembre il jazz conclamato del “Metamorfosi
Quartet” (Pino Lentini, Massimo Cianciaruso, Antonio Sciscioli, Michele Carrabba), domenica 2
ottobre il duo pianoforte e violoncello di Helga Pisapia e Tullio Zorzet, domenica 16 ottobre il
pianoforte sofisticato del M°Alessio Mastrodonato e il flauto sensibile di Claudi Arimany, domenica
23 ottobre il pianoforte contemporaneo e minimale di Evgenia Papadimas, e per finire, le atmosfere
popolari e da camera de “Trio Syrinx” (Dorel Baicu, Dorin Gliga, Pavel Ionescu) concluderanno
questa variegata rassegna.

NB. Ingresso ore 20.00, inizio spettacoli ore 20.30. Tesseramento stagione concertistica € 40,00/
Contributo associativo per singolo concerto € 7,00; prevendite presso “Edicola Corso Umberto I”, o
direzione amministrativa ospedale “Casa Sollievo Della Sofferenza”.


lunedì 1 settembre 2014

Sergej Prokof’ev e la stagione sovietica del “disgelo” musicale

Con la Rivoluzione d’ottobre del 1917, la storia della musica dei paesi dell’Unione Sovietica prende una strada largamente indipendente da quella della musica occidentale. Non priva di legami con il resto del mondo per i primi tempi, si chiude poi su sé stessa dalla fine degli anni ’20, con l’affermarsi dell’estetica del realismo socialista, che bolla volta a volta come “formalismo” l’adesione alle nuove correnti, espressionistiche, atonali o variamente sperimentali e moderniste. Nel periodo staliniano il mancato rispetto di un indirizzo che voleva musica celebrativa e musica a programma (più facilmente adattabile a fungere da veicolo ideologico) portava a un isolamento culturale non facilmente sostenibile. Solo dopo la morte di Stalin, con il progressivo “disgelo” e la politica della coesistenza pacifica, l’espressione artistica, non solo in campo musicale, si apriva nuovamente a linguaggi più estesi, alla sperimentazione e agli scambi con il resto del mondo.
Due figure emergono nettamente in questo panorama: quella di Sergej Prokof’ev e quella diDimitrij Sostakovic. Anche se nel periodo più intollerante i due musicisti, più o meno convinti, non poterono che adeguarsi alle richieste ufficiali, sono rari i momenti in cui la loro grandezza non traspare comunque dalle composizioni, sia pure improntate a intenti celebrativi.
Prokof’ev, peraltro, nato in Ucraina nel 1891, che nel secondo decennio del secolo aveva già raggiunto buona fama come pianista, lasciò l’Unione Sovietica nel 1918 e vi fece ritorno solo una quindicina d’anni dopo, convinto dalle difficoltà incontrate in Occidente e dall’esito trionfale con cui fu accolta una sua tournée in patria, ma portò con sé un bagaglio notevole di conoscenze dell’evoluzione musicale contemporanea (Sostakovic al contrario non lasciò mai il paese se non per brevi visite ufficiali).
La Sesta Sinfonia, composta tra il 1946 e il 1947 ed eseguita per la prima volta a Mosca in quello stesso anno, sotto la direzione di Evgenij Mravinskij, seguiva a breve distanza la Quinta, che aveva celebrato la conclusione del secondo conflitto mondiale ed era stata accolta con caloroso successo.
La Sesta sinfonia è, coerentemente, una commemorazione dei morti e una denuncia degli orrori della guerra. Il momento però non era propizio per questo tipo di riflessione, mentre la parola d’ordine era inneggiare alla vittoria del popolo russo e alla grandezza di Stalin, celebrare la gioia della ripresa dopo il conflitto; così la sinfonia fu accolta piuttosto male e Prokof’ev cercò di difenderla sostenendo che gli era stata ispirata dalla “forza spirituale” dell’uomo, la quale si è manifestata così vigorosamente in quell’epoca. In sua difesa si pronunciò Mjaskovskij, un altro musicista importante di quel periodo. Egli scrisse: «Ho cominciato a capire la sinfonia soltanto al terzo ascolto, e allora ne sono stato conquistato…sebbene ci fosse nell’orchestrazione qualcosa di indefinitamente oscuro e rude.»
Il primo movimento, “Allegro moderato”, alterna una serie di melodie tristi e di esplosioni sonore a un andamento musicale da marcia funebre, che fa pensare alla Quinta Sinfonia di Mahler; il secondo movimento, “Largo”, si apre con un angoscioso “scoppio” dell’orchestra e prosegue con una musica talvolta evocativa, altre lirica, a volte grottesca.  Completamente opposto è invece il carattere musicale del finale, “Vivace”: una sorta di rondò/sonata (temi A-B- Sviluppo-A-Coda). Di questo piacevolissimo brano, particolarmente interessante è la lunga sezione dello Sviluppo: dapprima il compositore gioca grottescamente con il primo tema A; elabora poi il secondo B, infine li pone entrambi l’uno sull’altro.
Listen to: Cinderella’s Waltz, from Suite n.1, for orchestra, by S.Prokof’ev

I Sei Valzer dell’opera 110, completata subito prima della Sesta Sinfonia, sono brani ricavatida altre opere: tre dal balletto Cenerentola, una delle opere più fortunate di Prokof’ev; due daGuerra e Pace, dramma lirico tratto dal romanzo di Tolstoj, a cui il compositore lavorò a lungo, ma che fu rappresentato per la prima volta solo dopo la sua morte; l’ultimo, infine, dallacolonna sonora di un film, Lermontov.
Ricerche e note bibliografiche: Virginio Sala.
Articolo online anche su www.ventonuovo.eu, per leggerlo clicca QUI.

sabato 21 giugno 2014

Debussy: l'indisciplinato Impressionista musicale di fine Ottocento


Claude Achille Debussy nacque il 22 agosto 1822 a Saint-Germain-en-Laye, in Francia. Pianista e compositore, è considerato uno dei massimi esponenti dell'«Impressionismo musicale». Sebbene tale titolo lo insignì di numerose innovazioni, egli non lo apprezzò mai particolarmente: preferiva infatti essere definito un "simbolista", per via delle sue frequentazioni artistiche.
Figlio di modesti commercianti, nel 1867 si trasferì con la famiglia a Parigi. Durante la sua infanzia non si occupò affatto di musica, ma all'età di nove anni, mentre soggiornava presso la casa di una zia materna, decise di prendere lezioni di pianoforte da un vecchio maestro piemontese di nome Cerruti. L'anno seguente venne ammesso al conservatorio di musica della città, e a undici anni entrò a far parte della classe di solfeggio del temerario Levignac: qui nacquero i primi dissapori con il maestro per via delle limitazioni che la teoria del solfeggio stesso imponeva. Successivamente entrò nella classe di pianoforte del maestro Marmontel, ma ben presto (nel 1877, dopo nemmeno tre anni) si vide costretto a lasciarla per la sua indisciplinatezza. Raffinato e musicale interprete ed esecutore, nel 1884 vinse la prestigiosa borsa di studio “Prix de Rome” per la composizione “Enfant prodigue”, e per tre anni frequentò l'Accademia di Francia, a Roma.
Ma se non condusse a perfezione la sua tecnica, fu tuttavia, al pianoforte, uno charmeur.

"La sonorità delle sue esecuzioni era squisita; la sensibilità dell'interpretazione perfetta" (M. Emmanuel)


Durante il soggiorno italiano compose “La Damoiselle élue”, poema lirico di grande pathos e dolcezza. L'opera risentì fortemente dell'influenza del compositore tedesco Richard Wagner, ascoltato da Debussy nel 1888, in occasione del “Festival wagneriano” a Beyreuth, in Germania. 
Un’ altra influenza visibilmente rilevante nelle sue composizioni fu la musica modale di Mussorgky che gli offrì spunti per la creazione di nuovi sistemi armonici, per ritmi additivi non divisibili e per una drammaturgia diversa da quella di Wagner.

Rientrato a Parigi, nel 1892 Debussy cominciò a lavorare alla sua opera più celebre, il poema sinfonico “Prélude à l'après-midi d'un faune”. Ispirato all'omonimo poemetto in versi alessandrini “Il pomeriggio di un fauno” del poeta simbolista Stéphane Mallarmé, l'opera segnò l'affermazione di Debussy come compositore, e innaugurò la stagione dell'Impressionismo musicale, corrente che intendeva superare le costruzioni dell'armonia tradizionale in favore di una maggiore varietà ritmica e timbrica.


Con il suo Impressionismo Debussy colora le note di nuove sfumature, e conduce l'ascoltatore in un mondo di suggestioni al tempo stesso intense e rarefatte.”

Interessanti risultarono, inoltre, i tre “Nocturnes” per orchestra del 1899. Slegati da ogni regola accademica e ricchi d'atmosfera, i tre brani sono evocativi già a partire dai titoli: “Nuages”, “Fêtes” e “Sirènes”. 


Nel '900 Debussy continuò a comporre e a collaborare a balletti e lavori teatrali. Tra questi si distinse per importanza l'opera “Pélleas et Mélisande” tratta dal dramma simbolista-fatalista del 1892 dell'autore belga Maurice Maeterlinck, rappresentato, non senza difficoltà, il 30 aprile 1902, all'Opéra Comique, sotto la direzione di André Messager.

Altre composizioni debussiniane di fondamentale importanza innovativa furono: la "Suite Bergamasque" del 1891 (al cui interno è inscritto uno dei più significativi pezzi romantici "Clair de lune"), "Estampes" (1903), e "Children's Corner" (1908). Analizzandole, ancora oggi, è possibile riscontrare la vera novità, visibile nella partitura e ascoltabile nell'esecuzione del tempo musicale: non si punta più ad più un ritmo regolare e ordinato, bensì alla suggestione del "ritorno" del suono che un singolo accordo, indipendente dagli altri, produce.



Gli ultimi anni della vita di Debussy furono assai tristi; da lungo tempo colpito da un male inguaribile, vide durante il periodo della guerra farsi sempre più difficili le sue condizioni materiali. Morì a Parigi il 25 marzo 1918 a cinquantacinque anni. Quello che contraddistinse le sue composizioni fu la scelta di abbandonare i vincoli del linguaggio armonico per andare alla ricerca di una sintesi fortemente melodica. Il compositore parigino si servì della scala esatonale (basata su sei note a distanza di un tono, e non sulla tradizionale scala diatonica, formata da tono – tono – semitono – tono – tono – tono – semitono) per catapultare l'ascoltatore in un mondo astratto, simbolico e sfuggente. Queste innovazioni in campo armonico e stilistico rivoluzionarono il mondo della musica colta e aprirono la strada allo stile musicale moderno.



La musica di Debussy è senza possibilità di evoluzione, ed è rimasta imprigionata per sempre nelle seduzioni dei suoi paradisi artificiali.”

Francesca Papagni

i. Riferimenti bibliografici: François Lesure, Debussy. Gli anni del simbolismo, EDT, Torino 1994;  AA.VV., Dizionario delle Opere e dei Personaggi, Bompiani 2006

L'articolo è visibile anche sul quotidiano online www.ventonuovo.eu, alla voce Arte, Musica e Letteratura. Per leggerlo, clicca QUI

sabato 14 giugno 2014

Puccini: la vita e l'anima musicale di un autore bohémien, tra innovazione e lacerazione


“ E che l'amore, alla fine, invada tutti sulla scena, in una perorazione orchestrale.”

Così si concludeva una delle ultime lettere, datata 16 Novembre 1924, del celebre compositore Giacomo Puccini, indirizzata al critico e librettista Giuseppe Adami.
Ed è certamente l'amore per la musica ad aver tracciato la partitura della sua vita, proprio come la corrente impetuosa di un tema musicale scalfisce la bianca roccia pentagrammata.
Nato nel 1858 da una famiglia di antiche tradizioni di musicisti tre anni prima che si realizzasse il sogno dell'Unità d'Italia, Puccini appare già segnato dalla suddetta arte: sembrerebbe essere destinato, come suo padre, alla direzione della Cappella del Duomo di Lucca. Ben presto però, dopo la visione dell'Aida di Giuseppe Verdi a Pisa, la vita gli pone dinanzi una decisione concreta: il giuramento di dedizione completa al teatro musicale e dell'opera.
Grazie al sostegno economico di sua madre, il giovane Puccini si trasferisce da Lucca a Milano, dove viene introdotto nell'ambiente musicale da Amilcare Ponchielli, allora autore già affermato de “La Gioconda”. Ma egli si meriterà ben presto il titolo di “successore di Giuseppe Verdi”, (e ciò verrà anche affermato in seguito dal suo editore Giulio Ricordi) non soltanto per la fama di “cantore di gentil animo femminile portatrice di grandi passioni”, ma soprattutto per il temperamento lirico, per l'atmosfera nuova della musica europea di quegli anni, durante i quali militavano già autori del calibro di Johann Strauss, Schoenberg, Debussy, Wagner.
Puccini si trova anche a vivere a cavallo di una nuova rivoluzione d'epoca: quella cinematografica (1895); ben presto questa nuova arte di rappresentazione della realtà attraverso immagini in movimento si potrà apprezzare a pieno nelle innovazioni melodico-orchestrali e timbriche dell'autore. Ma prima di comporre vi è un attento studio sulle tradizioni musicali dei vari ambienti delle sue opere: l'America de “La fanciulla del West” spicca per l'imitazione del banjo in riferimento al jazz; il tragico epilogo di “Tosca” viene reso attraverso l'inserimento delle “campane”; il Giappone della “Madama Butterfly” viene dipinto da una variegata sequenza di colori scenotecnici e orchestrali. Del resto, questa rivoluzione scenico-musicale pucciniana frutterà ulteriore fama all'autore, poiché verrà citata in oltre trecento film, a cominciare dalla prima pellicola sonora italiana “La canzone dell'amore” di Gennaro Righelli (1928).
In seguito, la vita del cantore di Mimì, Musetta, Tosca, Manon, verrà rievocata proprio grazie all'aiuto di filmati d'epoca che lui stesso faceva realizzare. Queste brevi e innovative pellicole illustravano le sue giornate passate al pianoforte nella villa di Torre del Lago.
Ed è proprio rifacendoci alla parole <rivoluzione> e <innovazione> che possiamo comprendere pian piano le mille sfaccettature di una personalità così apparentemente completa, ma allo stesso tempo torbida e lacerata, sempre alla ricerca di un mondo ideale. La figura di Puccini infatti si trova in contemporanea a quella letteratura di “fin de siècle” (1880-1910), contrassegnata da profonde contraddizioni psicologiche, la quale ha preso parte al corso della sua biografia. Per illustrare alcune di queste contraddizioni dell'<io>, basti pensare al rapporto dell'autore con le donne, in particolare a Elvira Bonturi, dalla quale ebbe due figli, Fosca e Renato.
Dopo la fuga d'amore e il matrimonio, si instaurò tra i due un rapporto ambivalente: da una parte la tradì ben presto, cercando relazioni con donne di diverso temperamento, dall'altra rimase legato a lei, nonostante le sue crisi violente e il suo carattere drammatico e possessivo. Secondo Giampaolo Rugarli, tutte le protagoniste delle opere pucciniane si riassumono e si rispecchiano sempre e solo nella moglie Elvira, che sarebbe stata l'unica figura femminile capace di dargli ispirazione, nonostante l'incomprensione che portava verso l'estro del compositore."Piccole anime per grandi passioni"
sarà una delle frasi emblema di Puccini, ovvero le storie di gente comune travolta da sentimenti, eventi, passioni eccezionali.

E per la serie “contraddizioni”, si rievochi il rapporto fecondo, se pur tormentato, di Puccini con i suoi librettisti (Illica e Giacosa) e il tentativo invece infruttuoso di collaborare con D’Annunzio (il quale cerca un teatro più sfarzoso ed intellettuale, mentre Puccini sente la poesia delle piccole cose); e ancora collegata alla lacerazione biografica compare la composizione dell'opera “La Bohème” (ispirata dal romanzo “Scènes de la vie de bohème” di Henry Murger): le musiche sono cariche di una sorta di eccitamento febbrile, mai tradotto in gioia, e sempre preludio di catastrofi. Il tempo melodico qui appare diluito in una sorta di languori, snervanti e lenti.
La contraddittoria biografia dell'autore si conclude nel post-prima Guerra mondiale – che Puccini odia e depreca (“Se non finisce la guerra, cosa ne farà il mondo della musica?” cit.), tempo in cui comporrà il “Trittico” (
“Il Tabarro”, “Suor Angelica”, “Gianni Schicchi”, di ispirazione dantesca e in stile viennese); ciò nonostante, gli sembrerà di non essere più in armonia con i tempi nuovi, poiché incapace di rinnovarsi nella sua musica. Opera ultima, rimasta incompiuta, è “Turandot”, considerata dalla critica uno dei suoi lavori più belli, di stampo esotico, e ispirata alla tragicommedia di Gozzi. La composizione verrà interrotta dalla malattia dell'autore: colpito da cancro alla gola, morirà successivamente in una clinica di Bruxelles, nel 1924. Il lavoro viene eseguito alla Scala il 25 aprile del 1926, sotto la direzione di Arturo Toscanini. Punto saliente dell'opera è il sacrificio del personaggio di Liù, ultimo grande carattere femminile pucciniano. Il direttore, arrivato a quel punto inviterà tutti, orchestra e pubblico, al alzarsi in piedi, dicendo: “Qui l’opera finisce per la morte dell’autore”. La grande innovazione pucciniana qui visibile è la mescolanza dell'elemento favolistico di Gozzi con l'aspetto tedesco schilleriano, che insieme declinano in chiave fiabesca la perenne lotta amorosa tra i sessi, argomento ostico per l'epoca dell'autore, che si rifletteva in maniera palese nella sua stessa biografia. E' così che la vita umana bohémienne e i suoi problemi vengono necessariamente traslitterati in musica e sulla carta, lasciando tracce indelebili nella storia, tra innovazione e lacerazione.

La musica? Cosa inutile. Non avendo libretto come faccio della musica? Ho quel gran difetto di scriverla solamente quando i miei carnefici burattini si muovono sulla scena. Potessi essere un sinfonico puro, ingannerei il mio tempo e il mio pubblico. Ma io? Nacqui tanti anni fa, tanti, troppi, quasi un secolo... e il Dio santo mi toccò col dito mignolo e mi disse: <Scrivi per il teatro: bada bene, solo per il teatro> e ho seguito il supremo consiglio. Contro tutto e contro tutti, fare opera di melodia!” - Giacomo Puccini 




Francesca Papagni
1Riferimenti bibliografici: F. D’Amico, L’albero del bene e del male. Naturalismo e Decadentismo in Puccini, Pacini Fazzi, Lucca, 2000

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