lunedì 2 maggio 2016

“Laudato Si'” : religiosità e musicalità per il 60°anniversario dell’Ospedale ‘Casa Sollievo Della Sofferenza’

concerto laudato
San Giovanni Rotondo (FG): Mercoledì 4 maggio, alle ore 20.00, nell’Auditorium della Chiesa di San Pio, l’Orchestra Musica Civica di Foggia si esibirà in concerto per festeggiare il60° anniversario dell’Ospedale Casa Sollievo della Sofferenza, l’Opera di San Pio da Pietrelcina, inaugurata il 5 maggio del 1956.

Laudato Si’: questo il nome del concerto lirico-sinfonico, vedrà l’Orchestra Musica Civica diretta da uno dei direttori d’orchestra più attivi a livello nazionale ed internazionale, la pugliese Gianna Fratta, accompagnare le due voci soliste del tenore Frate Alessandro Brustenghi e del baritono Matteo D’Apolito.
Frate Alessandro Brustenghi si è affermato sulla scena internazionale grazie a “Voice from Assisi”, “Voice of joy” e “Voice of peace”, tre CD di grande successo registrati per la casa discografica londinese Decca Records.
Matteo D’Apolito, originario di San Giovanni Rotondo, seppur molto giovane, ha già intrapreso una carriera internazionale di primo livello interpretando i più importanti ruoli operistici del repertorio per baritono.
I due artisti proporranno un programma che spazia dalla musica sacra all’opera lirica, dall’Ave Maria di Mascagni al Panis Angelicus di Franck, dall’ouverture del Barbiere di Siviglia alle arie dell’Elisir d’amore. Arie, duetti e pezzi orchestrali si alterneranno per offrire al pubblico un programma eterogeneo e di grande fascino.
Il concerto si aprirà con la bellissima Romanza in fa maggiore di Beethoven, interpretata dal violinista foggiano Dino De Palma, strumentista che si è esibito nelle sale più prestigiose del mondo.
Le voci di Frate Alessandro Brustenghi e del baritono Matteo D’Apolito, il suono del violino di Dino De Palma, la bacchetta di Gianna Fratta sapranno dare il giusto risalto ad un importante evento culturale di portata nazionale.
Il concerto, ad ingresso libero, sarà trasmesso anche da Padre Pio TV sul canale 145 del digitale terrestre e 852 di Sky.
Le celebrazioni del 60° di Casa Sollievo si concluderanno giovedì 5 maggio alle 9.30, sul pronao dell’Ospedale, con la concelebrazione eucaristica presieduta dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente della Commissione Episcopale per il Servizio della Carità e della Salute della C.E.I.

Programma d'esecuzione:
1) Ludwig van Beethoven – Romanza n.2 in fa maggiore op.50
2) Pietro Mascagni – Ave Maria, da Cavalleria rusticana
3) Giuseppe Verdi – Confutatis, dal Requiem
4) Alessandro Stradella – Aria da chiesa
5) Georg Friedrich Handel – The trumpet shall sound, dal Messiah
6) Bossi-Zardini – Madonna de claritate
7) Cesar Franck – Panis Angelicus
8) Ennio Morricone – Gabriel’s Oboe, da Mission
9) Giuseppe Verdi – Mentre gonfiarsi l’anima, da Attila
10) Ernesto De Curtis – Non ti scordar di me
11) Gioachino Rossini – Ouverture, dal  Barbiere di Siviglia
12) Gaetano Donizetti – Udite o rustici, dall’Elisir d’amore

                                         – Ardir! Ha forse il cielo, dall’Elisir d’amore
Credits to: Giornale di Puglia
Francesca Papagni

giovedì 21 aprile 2016

“Tribute”: epilogo di una serata musicale dai colori impressionisti


di Francesca Papagni

Numerosissimi i riscontri positivi raccolti alla fine della serata di presentazione del disco “Tribute” (targato GuitArt) del maestro di chitarra classica Luciano Pompilio. La sua musica delicata, assieme alle sue doti di sensibilissimo interprete, ha contribuito a trasformare l'Auditorium del cinecircolo “Piergiorgio Frassati” nella fotografia di una reale tela impressionista: toni dai tratti decisi e definiti (simboleggianti virtuosismi e arpeggiati della chitarra) alternati a tenui pennellate pallide e introspettive (rappresentazione efficace dei coloriti musicali usati con grande abilità dal maestro) hanno accompagnato l'ascolto ragionato degli spettatori, stregati dalla maestria della sua arte. Massimamente apprezzate nel programma d'esecuzione sono state le composizioni classiche e di vero impatto emozionale di A.Barrios Mangoré ('La Catedral', 'Una Limosna por el amor de Dios', concessa come bis), e gli scritti sperimentali e contemporanei del compositore Simone Iannarelli ('Tribute to Keith Jarrett', 'Un atardecer'). Positivissimi, inoltre, sono stati i commenti riguardanti la presentazione iniziale del maestro, seguita da un'interessante e coinvolgente intervista, all'insegna di un sottile umorismo filosofico (a cui il maestro ha saputo sapientemente replicare), stilata con meticolosa cura dall'emergente recensionista/blogger e studentessa di Lettere, Francesca Papagni.

Foto a cura di Giuseppe Massa
Lodi e congratulazioni finali non possono che andare alla presidentessa, al consiglio direttivo del cinecircolo, e al maestro Luca Cocomazzi, organizzatore e traghettatore artistico del dietro le quinte della serata.
Prima della conclusione della serata il maestro Luciano Pompilio ha voluto, con grande discrezione, condividere con il pubblico l'infelice notizia degli ultimi attimi di agonia, a seguito di una estenuante malattia, del maestro Giuseppe Caputo, suo storico accompagnatore nel progetto chitarristico “Duo Caputo-Pompilio”. Al suo ricordo, dunque, è stato dedicato questo intenso e irripetibile evento, in cui il silenzio monodico della filosofia si è unito alla polifonia dei brani musicali condivisi.
La città di S.Giovanni Rotondo per un paio d'ore ha potuto dunque fruire dell'arte di un talento conterraneo ormai errante nel panorama musicale internazionale, cosicché la locuzione latina “Nemo profeta est in patria” (Nessuno è profeta nella propria patria), indicante la difficoltà di un talento nell'emergere in ambienti familiari, è riuscita a subire positivamente un rovescio di significato.
Un percorso di sicuro in salita quello di mutare la concezione e la visione artistica di una rigogliosa terra come la nostra, caduta ormai nel baratro dell'improduttività negli ultimi tempi, ma è proprio grazie a iniziative come questa che la vetta della ripresa risulta assolutamente percepibile dall'alto.

giovedì 14 aprile 2016

Il «misticismo filosofico-musicale» di Luciano Pompilio

Foto a cura di Giuseppe Massa
È certamente un amore sensibile e incondizionato per la musica quello che contribuisce a scrivere quotidianamente la vita del maestro Luciano Pompilio, e a segnarla proprio come fa la corrente impetuosa di un tema musicale, la quale, dopo aver ricamato e orlato di toni la bianca pagina pentagrammata, conduce poi – nello sviluppo – a orizzonti intimistici tanto vasti quanto inenarrabili.

“La musica è una rivelazione più profonda di ogni saggezza e filosofia” (Ludwig Van Beethoven) 


Il noto
chitarrista sangiovannese appare totalmente dedito alla sua ars musicandi, e ne parla con sentita devozione, esaltandone l'aspetto emozionale e taumaturgico; ed è proprio la meraviglia, il "thauma" aristotelico-heideggeriano, il termine chiave che costituisce la colonna portante della sua nuova produzione da solista: "Tribute".

Diplomatosi con il massimo dei voti in chitarra classica nel 1990 presso il conservatorio "Umberto Giordano" di Foggia, studia parallelamente musicologia presso l'università di Lettere e Filosofia di Bologna, conseguendo successivamente la laurea D.A.M.S; dopo essersi specializzato con
Alberto Ponce, Manuel Barreco e Stefano Palamidessi, intraprende numerose esperienze con varie formazioni, fra le quali meritano una menzione particolare il progetto/Duo con G.Caputo (unici italiani risultanti vincitori della più importante competizione per duo di chitarra a Montelimar in Francia, oltre che di altri 15 primi premi assoluti),
 le collaborazioni con il “Prima Vista Quartet” di Varsavia e con il “Rimsky Korsakov Quartet” di San Pietroburgo, la direzione artistica (all'attivo) del Festival Internazionale di chitarra “Città di Manfredonia” e della Stagione Concertistica internazionale “In concerto” a San Giovanni Rotondo.


I motivi del disco e la simbiosi con Simone Iannarelli

Il titolo
"Tribute", oltre a simboleggiare un omaggio musicale, un tributo amicale, e la cosiddetta "maraviglia" filosofica, racchiude razionalmente la somma delle condizioni temporali e atemporali, dei viaggi, delle sensazioni, delle sperimentazioni di quel percorso denominato "vita". La musica, nel novello disco, al pari delle tappe sulla linea del tempo storico, è rappresentata come strumento di crescita personale ed evoluzione, fra tecnicismo e sentimento: essa è condivisione, è il raccolto di ciò che si è seminato durante lunghi anni di studio, è esteriorizzare un vortice emozionale interiore, è coinvolgimento.
Inciso nel paese natale (San Giovanni Rotondo), a differenza degli altri 7 lavori, e allegato alla rivista chitarristica internazionale "GuitArt", questo lavoro commemora un'amicizia quasi
simbiotica fra il maestro Pompilio e l'illustre chitarrista/compositore Simone Iannarelli: il modo migliore per ricordare e custodire i fasti di questo solido legame nato durante la maturazione del percorso musicale di entrambi – racconta Luciano – è stato certamente quello di dedicargli l'incisione di uno dei suoi più complessi brani per chitarra, il celebre "Tribute to Keith Jarrett"; pezzo dalla notevole difficoltà tecnico-espressiva e musicale, costituisce la traccia principale del disco, e la fitta rete di arpeggi e armonie che si susseguono simboleggiano la forza e la tenacia espressiva del jazzista Jarrett, i virtuosismi esplosivi di Scriabin e Stravinskij, e la lungimiranza degli impavidi chitarristi i quali si accingono allo studio della partitura. Accanto a Tribute to Keith Jarrett, fa da contraltare la meravigliosa ballad "Un Atardecer", idillio musicale dai toni pacati e sognanti, che introducono allo scenario crepuscolare dei tramonti di Colima, attuale luogo di residenza dello stesso Iannarelli.

Fra tecnica, emozione ed "elevatio animae"

"La musica è il solo passaggio che unisca l’astratto al concreto." (Antonin Artaud)

Lo stile e la tecnica musicale del maestro Pompilio mirano al ragionamento, alla ricerca interiore e alla comprensione di quel contrappunto mistico denominato realtà tangibile. Non a caso le altre tracce del disco sono, dal punto di vista analitico, delle squisite parafrasi con sviluppo su un tema esposto. "Preludio, Fuga e Allegro BWV 998" costituisce la massima rappresentazione di quanto sovracitato. Il Preludio, avente una struttura simile a quelli del "Clavicembalo ben temperato, II vol.", è un dialogo didascalico, in cui risulta facile appassionarsi alla riflessione interiore; d'altro canto la struttura e il tempo della Fuga e dell'Allegro trasportano in pochi attimi l'ascoltatore in un mondo frenetico e del tutto realistico, attraverso lo scrosciare impetuoso di una cascata di accordi e arpeggi. La Cavatina di Alexandre Tansman (non presente nel disco, ma immancabile nei live del momento), vera e propria Suite/escursione musicale, adornata da un lirismo romantico che a tratti rievoca lo stile chopiniano, è un tributo all'anima mite e generosa dello stesso compositore polacco-francese, il quale scrisse questo brano per il celeberrimo maestro della tecnica, Andrés Segovia. Qui è proprio la scorrevolezza di ogni battuta a fare breccia nel cuore dell'ascoltatore, e a evocare alla mente la tranquillità dei paesaggi bucolici virgiliani."Variazioni su un tema di Mozart, op. 9" è la cosiddetta traccia Jolly, in quanto classificabile come "pezzo di bravura". È una composizione per chitarra del compositore spagnolo Fernando Sor, esplicata in un tema con variazioni e introduzione. Probabilmente proveniente dal coro "Das klinget so herrlich" dell'opera Die Zauberflöte (Il Flauto magico) di Mozart, si caratterizza per la giocosa esuberanza di stampo virtuosistico, a discapito, questa volta, della polifonia. Senza dubbio un giocoso intermezzo per gli orecchi attenti. L'impronta compositiva impeccabilmente classicista del maestro Pompilio trova poi sfogo nei brani del messicano Manuel Ponce: la finezza e il belcanto di una melodia aggraziata si accompagnano a tessuti armonici e intrecci polifonici robusti e a più voci, aventi lo straordinario potere di destabilizzare e affascinare l'attenzione di qualsiasi uditore per via dell'uso ricorrente di modulazioni in crescente pàthos, alternate a giochi di cromatismi ed intervalli. La Catedral di Augustín Barrios Mangoré (acclamatissimo compositore paraguaiano, noto soprattutto per la sua personalità eccentrica e folkloristica) merita un excursus ben più ampio, essendo il brano di maggior rilevanza tecnico-espressiva fra tutti quelli in lista. La Suite, ideata senza ombra di dubbio sullo stile compositivo di J.S. Bach, è strutturata in tre movimenti (Preludio Saudade, Andante Religioso, Allegro Solemne) e può essere considerata, sia per l'esecutore che per l'uditore, al pari del viaggio mistico dantesco. Per spiegare in maniera chiara la varietà dei moti interiori che questo brano è in grado di generare, il maestro Pompilio, durante l'esecuzione, sottolinea ampiamente l'atmosfera ecclesiale del luogo sacro ispiratore del brano, ovvero la magnifica cattedrale di Montevideo.
Un obiettivo sicuramente impegnativo quello di
emozionare con l'arte per elevare l'anima, ma non impossibile per Luciano Pompilio. Il sentiero orizzontale e verticale dell'ascesi musicale appare dunque percorribile solamente chiudendo gli occhi e affidandosi al minuzioso zelo con cui sono state scelte le tracce di "Tribute".


La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, lo ignora, in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’ intera volontà, tanto immediata quanto il mondo, anzi, quanto le idee, la cui pluralità fenomenica costituisce il mondo degli oggetti particolari.” (Arthur Schopenhauer)

Francesca Papagni

mercoledì 17 giugno 2015

Il “Teatro Sociale” di Christian Palladino: tra sensibilismo, relazionalità e sperimentazione.


di Francesca Papagni

San Giovanni Rotondo, 20 Giugno 2015: in occasione della Giornata mondiale del rifugiato, questa è la data in cui il giovane regista sangiovannese, Christian Palladino, presenterà al pubblico locale la mise en scène di “...Ma liberaci dal mare...”, spettacolo di teatro sociale, avente come argomento cardine una tematica tanto spinosa – per l'assenza di opportune reti d'accoglienza – quanto reale: l'immigrazione in Italia nell'era post-moderna.

Una problematica attuale: in un simile contesto calzerebbe a pennello la dickensiana espressione «hard times, for these times» («tempi difficili, quelli nostri»), ma il nocciolo della questione risiede in una certa incapacità governativa di gestire un fenomeno sempre più dilagante, destinato a sconfinare territorialmente ed eticamente: si pensi alla strategica e proficua posizione “di mezzo” in cui è situato il nostro Paese, e a quel gorgo di preconcetti che i rifugiati in cerca di asilo, già sopravvissuti alle ingiurie dei propri territori, e alle insidie dei mari in tempesta, sono costretti ad affrontare e arginare quotidianamente.

Un teatro sensibile, che ingloba razionalismo e sperimentalismo: il cosiddetto “Teatro Sociale”, nato sulla falsariga della pedagogia di Freire, dei teatri del povero e dell'oppresso di Grotowski e Boal, e in seguito sbarcato in Italia grazie alle poliedriche personalità di attori del calibro di Dario Fò, Marco Paolini, Ascanio Celestini, è vera e propria traduzione moderna della parola creatività, e racchiude in sé una vera e propria dimensione sensibilista: è infatti il risultato razionale dell'espressionismo emozionale dell'individuo il quale ne prende parte. Privo di limitanti schemi tecnici e pragmatici, caratteristici del “teatro classico”, il teatro sociale si edifica sull'esperienza di laboratorio di gruppo. La parola laboratorio si può collegare in maniera diretta ad un certo sperimentalismo; il teatro fisico e tradizionale, costituito dunque da un palcoscenico, da una platea e da un pubblico immobile si muta, per trasfigurarsi in contesti sociali come centri di accoglienza, istituti comprensivi, scuole, per il coinvolgimento creativo di gruppi di individui che non incarnano propriamente la figura dell'attore professionista


Il ruolo dello spett-attore: scardinato da una drammaturgia lineare, costruttivismi ed esigenze di copione, il teatro sociale abbatte la barriera della “quarta parete”, e unisce assieme, in un binomio itinerante, lo spettatore e l'attore (da qui il termine “spett-attore”, ndr). Entrambi sono parte integrante di una situazione concreta, e sono chiamati a sentire – qui inteso come percepire – ed esplicare quei meccanismi sottili della sfera percettiva scaturiti dall'impatto diretto con la realtà. Il tutto è caratterizzato inoltre dall'assenza di una preventiva morale; lo stesso regista non vuole svelare nulla, ma intede creare una sorta di confronto-collisione tra il binomio sovracitato, al fine di cancellare quel senso di apatia e di non-partecipazione, che talvolta caratterizza le tradizionali platee. Le uniche citazioni che ne deriveranno potranno essere, quindi, una libera espressione dell'io (inteso come invididuo in una collettività) in determinati contesti, e nel caso specifico odierno, proprio in quello dell'ondata migratoria in Italia.

Se a teatro il testo non è tutto, se anche la luce è ugualmente un linguaggio, questo vuol dire che il teatro custodisce la nozione di un altro linguaggio, che utilizza il testo, la luce, il gesto, il movimento, il rumore. È il Verbo, la prola segreta che nessuna lingua può tradurre. È, in un certo qual modo, la lingua perduta dopo la caduta di Babele. (da Antonin Artaud, Il teatro del dopoguerra a Parigi, in Messaggi rivoluzionari, p. 99, a cura di Marcello Gallucci, Vibo Valentia, Monteleone, 1994)”

Il ruolo della “verbvm” nel teatro e nella comunicazione: con questa definizione quasi metafisica della parola comunicatrice, che mira a sottolineare l'importanza del verbo e dell'explicatio, suggerita direttamente dal creatore-regista del progetto, Christian Palladino, si esortara il pubblico a non rimanere nell'immobilismo stagnante di quella calm-apparente che si manifesta in vari momenti della propria esistenza, e a render-si forza motrice animante della funzionalità comunicativa nella società; attraverso la comunicazione si potrà giungere ad un equilibrio quantomeno stabile tra comunicante e comunicatore, e di conseguenza tra significante e significato, ovviamente applicati alla sfera sociale. “...Ma liberaci dal male...” dunque sarà uno spettacolo che tenterà di rispettare la veridicità di tali concetti... nella più assoluta semplicità ed efficacia dell'espressionismo comunicativo.


lunedì 26 gennaio 2015

« Sei la terra e la morte ». La donna diviene stilema simbolista pavesiano.

Cesare Pavese rappresenta una delle più significative – e al contempo – atipiche della letteratura novecentesca. Già da ragazzo rivela un’indole timida e introversa, segno di un’acuta sofferenza psicologica che lo accompagnerà per tutta la vita, e lo spingerà fino al gesto estremo del suicidio. Nonostante l’imponente successo ottenuto in qualità di scrittore, su Pavese graverà sempre la percezione del fallimento esistenziale, acuito dalle delusioni nei rapporti sentimentali e da un umiliante senso di inettitudine all’impegno politico e civile.
Le raccolte poetiche. Pavese esordisce come poeta nel 1936, con la raccolta “Lavorare stanca“. L’opera occupa una posizione del tutto originale nel panorama della lirica contemporanea, dominata dall’Ermetismo. Essa propone infatti una concezione della poesia che sfoci in un racconto «chiaro e pacato», in grado di stabilire un rapporto dicomunicazione con il lettore. La cadenza narrativa è ottenuta attraverso strutture sintattiche distese e discorsive, e potenziata dall’uso innovativo di «versi lunghi», eccedenti la misura dell’endecasillabo. I temi caratterizzanti di queste poesie comprendono una serie di coppie simboliche, volte a rappresentare la contrapposizione tra una “dimensione serena e pacata” ed una “solitaria e angosciosa“.
Nelle raccolte del dopoguerra (“La terra e la morte”, e “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, 1946-1950) la poetica di Pavese evolve verso forme più brevi e significative, a cui è affidato il compito di esprimere liricamente le sofferenze dell’io e il dolore della passione amorosa.
Mito e «realtà simbolica» Elemento essenziale della produzione letteraria di Pavese è la riflessione sul mito, elemento centrale anche di alcuni saggi psicologici-teorici dell’epoca. Sulla scia di Jung, lo scrittore concepisce il mito come simbolo primordiale radicato nell’inconscio collettivo dell’umanità, come elemento universale, ma anche oscuro e misterioso. Compito dell’arte è rendere “chiara” tale materia informe, dandole una forma ordinata e razionale: di qui nasce il travaglio che accompagna la scrittura, intesa come “mestiere“. Pur basandosi su una realistica situazione storica e geografica, i personaggi, gli ambienti e le vicende dei romanzi pavesiani rinviano costantemente a una trama di elementi mitico-simbolici, tra i quali spiccano immagini legate all’infanzia e alla terra natale. (Rif. allecolline).
albero-radiattivo-a23433857Sei la terra e la morte” è l’ultimo componimento della breve serie intitolata “La terra e la morte“, pubblicata postuma con i versi di “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi“.
Il tessuto poetico si regge interamente su una trama simbolica, che rende stringente il gioco delle metafore: la terra e la morte sono opposte all’alba e all’acqua, in cui Pavese prospetta lanascita e l’amore; l’acqua ha perso ogni capacità vivificatrice; la donna si è trasformata in una pietra, diventando irraggiungibile, rendendo invalicabile la distanza rispetto all’alba, che genera nuova vita. La donna è dunque sul finale mistero e morte, morte che tutto annienta, che gelida calpesta ogni cosa. Gli stati d’animo del poeta sono completamente annichiliti. Così come la morte, la donna lascia intorno a sé solo desolazione e amara solitudine. Il linguaggio poetico è essenziale, delimitato dall’efficacia epigrafica del primo e dell’ultimo verso (settenari identici).
Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che più di te
sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

* Questa volta voglio concludere l’articolo con un ascolto guidato diverso dal solito. Io stessa, in maniera molto umile e al contempo appassionata, mi sono cimentata nell’interpretazione della poesia. Certo però è che la qualità dell’audio non è delle migliori, così come il recitato; nonostante ciò ho provato ugualmente a mettermi in gioco. Buon ascolto, a quei valorosi che si prodigheranno a premere “play”. :-)
Articolo visibile anche su www.ventonuovo.eu, alla voce ARTE -> musica e letteratura